
Dopo mesi di intense proteste (sedici settimane consecutive di azioni e presidi) cade il governo che ha voluto il passaggio dell’Islanda da isola economicamente autosufficiente e con un territorio in buono stato di conservazione a terra di conquista delle superpotenze industriali straniere svendendo il territorio e la popolazione umana e non umana alla grande industria ed alle banche. Benché non sia certo un cambio di governo la soluzione al problema e non era l’obiettivo di buona parte delle persone che hanno contestato la devastazione della Terra dei ghiacci (Iceland), è comunque un buon segnale che la pressione popolare, il boicottaggio, i blocchi, la diffusione di informazioni possano annullare la fiducia in persone e partiti che agiscono secondo le leggi del turbocapitalismo. E’ una conferma il fatto che i blocchi (di queste nocività sociali ed ambientali) siano luogo di vita, di scambio, di crescita, occasione di rivolta e – talvolta – di vittoria. Vedremo ora come si evolverà la situazione. Chi prenderà il potere, come si comporterà la gente, se le banche riusciranno a cadere in piedi ancora una volta, se, in ogni caso, si riuscirà a fermare parte dei cantieri con questo auspicato (da alcuni) ma imprevisto (dai più) crollo del sistema economico e politico della nuova Islanda delle grandi dighe, delle centrali e delle acciaierie. La devastazione delle grandi opere si può fermare.




