DUE LAVORATORI MUOIONO AD HELLISHEIDI

Alla fine è successo, come era inevitabile e ampiamente previsto: due lavoratori immigrati dalla Romania sono morti nell’impianto di Hellisheidi, a est di Reykjavik. La centrale per la produzione di energia geotermica è in fase di ampliamento, anche in questo caso la menzogna è la produzione di più elettricità per un aumento dei consumi energetici delle famiglie che non è assolutamente in atto. La realtà è che anche di questa energia la rete domestica islandese non vedrà neppure un kwh, ma l’ampliamento e il supersfruttamento (con tutte le conseguenze e i danni al territorio e alla salute di tutti gli abitanti) sono totalmente a beneficio dell’industria pesante, in particolare dell’impianto della Century Aluminum di Grundartangi (guardacaso in fase di ampliamento anch’esso), e due nuovi impianti della ALCAN a Straumsvik e della Century Aluminum ad Helguvik.

Proprio le pressanti richieste delle lobby industriali che stanno condannando la Terra dei ghiacci alla devastazione, hanno portato la Reykjavik Energy, responsabile dell’impianto, a imporre agli operai condizioni sempre più disumane. I lavoratori islandesi non hanno accettato queste condizioni e come era prevedibile sono stati “importati” circa trecento uomini in situazioni economiche di estrema emergenza, provenienti dall’est europeo, soprattutto Polonia e Romania.

Già durante la settimana internazionale di mobilitazione, che ha visto coinvolte persone di vari paesi, noi compresi, uno degli obiettivi scelti dagli amici islandesi per un’azione di disturbo e di protesta è stato proprio questo impianto della Reykjavik Energy (vedi filmato), sia per la devastazione che sta imponendo a quella zona – una volta luogo incantevole, fra i preferiti dagli stessi islandesi oltre che dagli stranieri – sia per le condizioni di lavoro della manodopera immigrata, sia per i rapporti che proprio questa società, la R.E., sta intrattenendo con lo Yemen, paese dove vige un regime dominato dalla Shari’a, con una popolazione tenuta sotto la soglia di povertà, condizioni delle donne di estrema sottomissione (si impone il matrimonio a bambine di 9 anni), inesistente libertà di stampa, rapimenti, tortura e uccisioni da parte della polizia per i dissidenti. Un paese che avrebbe tutte le caratteristiche per una “missione di pace” per “esportare la democrazia”, ma col quale si intrattengono fruttuosi scambi commerciali anche senza una guerra preventiva.

Non conosciamo ancora i nomi dei due operai, nonostante le ricerche effettuate, e questo ci dispiace molto. Noi vogliamo che i lavoratori abbiano sempre un nome e non solo un numero di matricola, sia da vivi che da morti. Sappiamo che sono morti nella notte fra il 20 e il 21 agosto. Sappiamo che sono morti soffocati durante la manutenzione di uno dei condotti. La versione ufficiale vorrebbe che i due operai siano entrati in un condotto credendo fosse a tenuta d’aria, ma siano invece stati soffocati dai vapori, perdendo subito conoscenza. Inutili i soccorsi dei pompieri del Capital Region Fire Department, dei medici della R.E., della Croce Rossa, di vari agenti di polizia, che comunque non sappiamo se tempestivi.

Ciò che sappiamo è che i lavoratori immigrati in questo impianto sono costretti a turni massacranti. Ciò che sappiamo per certo è che lavorano 72 ORE A SETTIMANA. Con TURNI di 17 ORE CONSECUTIVE!

Ciò che sappiamo è che lavorano a progetto, con periodi lavorativi di 3 o 6 mesi senza garanzie di riassunzione.

Ciò che sappiamo è che nonostante le rigide condizioni lavorative e climatiche non hanno possibilità di allontanarsi dal campo di lavoro (potremmo a questo punto dire di concentramento), se non UNA SERA AL MESE.

I nostri contatti islandesi descrivono il campo come una prigione, con container simili a quelli utilizzati per i profughi, senza luoghi di aggregazione, senza alcuno spazio comune al coperto, senza una palestra o un luogo al riparo per l’attività fisica, senza un campo da calcio, un tavolo da ping-pong (li citiamo perché sono stati fra le richieste degli operai stessi, tutte inevase) e le televisioni, che pure sono presenti (guardacaso preferite ai luoghi di aggregazione) sono inutilizzabili perché non ricevono il segnale…

Sappiamo che ogni minima richiesta viene trattata alla stregua di una insubordinazione e diversi operai non sono stati confermati proprio perché ritenuti inadatti a causa di queste rimostranze.

Sappiamo, inoltre, che i Rumeni non sono pagati secondo gli standard di stipendio islandesi, ma secondo gli standard di stipendio rumeni! Per di più non vengono pagati in euro ma in corone islandesi, moneta fortemente svalutata, il che ha significato l’erosione ulteriore di oltre un quarto del proprio salario! Solo persone in condizioni di estrema indigenza e necessità possono accettare condizioni lavorative così dure, vivendo da reclusi per interi semestri, con turni massacranti per le continue pressioni delle grandi industrie che vogliono ampliare gli impianti e aumentare la produzione, con l’ansia e la paura di perdere il posto di lavoro e l’opportunità di mantenere le famiglie in patria, che rivedono solo per due o tre settimane ogni sei mesi. In simili condizioni, lavorando nell’estremo nord, in impianti come le centrali geotermiche o le fonderie di alluminio o i cantieri delle dighe o delle trivellazioni, fino a 17 ore consecutive, come sopravvivere? come non morire? come non commettere un errore fatale?

Ma la responsabilità è di chi commette quell’errore umano, ad esso portato, costretto, da un abuso e uno sfruttamento senza limiti o piuttosto di chi compie questo abuso, con la stessa facilità con la quale abusa della Terra, della Natura e di tutte le altre specie non umane?

La responsabilità di queste morti è della Reykjavik Energy, della Altak che si occupa dell’assunzione e della gestione dei lavoratori immigrati, del Governo Islandese nella persona del suo primo ministro e di tutti gli altri ministri, del loro capitalismo, così come sempre anche qui in Italia la responsabilità della devastazione e delle morti è degli imprenditori e dei politici locali e nazionali, di un sistema in cui è imposta la condizione di sfruttati, di uomini come merci, da obbligare a lavorare senza altro interesse, altra possibilità di vita, a consumare e a viaggiare ad alta velocità per arricchire sempre gli stessi nomi, nomi che si ripetono, famiglie che dominano l’economia, la politica, i media, ogni ramificazione di potere.

Non dimenticheremo questi due lavoratori uccisi. Così come non dimentichiamo quelli uccisi qui in Italia. E ci è sempre più chiaro come è strutturato questo sistema economico e politico e quale destino hanno scritto per noi le lobby industriali. Un destino imposto a cui tentiamo di sottrarci e una solidarietà del destino che quando sarà più matura, più piena, più chiara, più attiva, forse, potrà portare a una presa di coscienza più generalizzata. A quel punto non ci saranno ulteriori timori o perplessità o distinguo, non ci si perderà in ulteriori differenziazioni o precisazioni forse anche giustificate ma in certi momenti inopportune, non ci si soffermerà sul nome da dare a quella esigenza, a quel tumulto interiore e collettivo: la rivolta sarà l’unica risposta. La risposta di una vita contro la condanna a morte.

Noi non siamo nati per essere sfruttati.

Noi tutti, di ogni paese, di ogni specie non siamo nati per essere usati e abusati. Nessuno deve abitare in lager o quartieri lager. Nessuno deve vivere per lavorare. La Terra, gli animali, gli umani non devono essere risorsa nelle mani di potenti, da manipolare e soggiogare. Tutto questo non è vita. E’ ora di riprenderci le nostre vite. Partendo proprio dal sentimento della solidarietà, della solidarietà attiva.

Solidarietà ai lavoratori immigrati in Islanda e in Italia e a tutti i lavoratori con limitate possibilità di scelta.

Solidarietà agli islandesi in lotta contro l’industria pesante e a tutti i ribelli in difesa della Terra.

Immagine dell’impianto dove hanno perso la vita i due lavoratori immigrati…

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